Io, Gianduja

Chiacchierata semiseria sulla vita di Gianduja, come fosse raccontata da lui medesimo.3 min


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Molti mi vedono come un uomo robusto (perché dire “grasso” non mi piace) sempre pronto a far festa e a presenziare a banchetti e degustazioni di vini, e pensano che la mia vita sia sempre trascorsa tra un buon pasto e una bevuta. Ma c’è di più, nel mio passato e nel mio presente, e voglio raccontarvelo, così potrete capire i miei quasi due secoli di vita.

Debuttai a Teatro come burattino in via Doragrossa (la vostra via Garibaldi) a Torino, il 25 Novembre 1808, in una commedia intitolata “Gli anelli magici, ovverossia Le 99 disgrazie di Gianduja”, con grande successo di pubblico. All’epoca il teatro dei burattini era di moda, e non era solo una cosa da bambini, com’è oggi.

E poi mi diedi alla politica collaborando con numerose riviste, facendo satira e trovando il lato comico di quei seriosi parlamentari che all’epoca imperversavano. Ero disegnato da illustratori capaci e di fama, come Redenti, Teja, Virginio, Dalsani, Siila, Gonin: tutti nomi che non vi dicono nulla ma che all’ora erano di successo. 

E poi fui interpretato sulle scene dei Teatri da grandi artisti, come Giovanni Toselli, ed aiutai la crescita del teatro piemontese.

Fu così che presi forma e sostanza, e cominciai a trovare una giusta dimensione in quel mondo.

La mia prima immagine fu pensata da Giovan Battista Sales, un giovane allievo di un famoso burattinaio dell’epoca Umberto Biancamano (meglio conosciuto come Gioanin d’ij osei, Giovanni degli uccelli), ma che, malgrado il nome, non aveva alcuna parentela con i Savoja. 

Sales dovette lasciare Torino, poiché il suo maestro aveva troppo talento e non vi erano spazi per un giovane come lui, anche se capace. Capitava anche allora!

Sales si accordò con Gioacchino Bellone, burattinaio di Racconigi e andò con lui a Genova agli inizi dell’800. I due diedero vita a un burattino di nome Giròni (Gerolamo), lo stesso nome del Doge genovese, Gerolamo Durazzo. 

Fecero successo, ma poi, per evitare problemi, cambiarono il nome del loro protagonista perché al Doge non faceva piacere l’essere preso in giro. 

Gerolamo cambiò nome in Gianduja, si dice dal nome di un popolano conosciuto dl Sales, che era soprannominato Gioanin dla doja, Giovanni della damigiana.

Capite bene che già da allora ero una voce libera, un disturbatore del pubblico sopore, un portavoce del malcontento popolare, uno che diceva quello che pensava. 

Io sono sempre stato con il popolo.

Dopo Genova girai il Piemonte, con Sales e Bellone, e c’è ancora un mio copione del 1804 fatto per uno spettacolo a Luserna che mi pare si intitolasse “La malvagia Contatrice in Londra.” Dicono sia il copione più vecchio che mi riguardi. 

Così rientrai trionfalmente a Torino nel 1807. Ma mi cambiarono nuovamente il nome in Giròni (Gerolamo) perché era il nome che il maestro Giòanin d’ij osei aveva dato al suo burattino e del quale era ancora viva la memoria. Oggi si sarebbe chiamata una operazione di marketing. 

Però, quando il fratello di Napoleone, che si chiamava anche lui Gerolamo, fu incoronato re di Vestfalia, ebbi nuovamente grossi problemi politici, tanto che durante lo spettacolo della tragedia “Artabano I, ovverossia iI tiranno del mondo”, nella quale Giròni diviene re per caso, la polizia intervenne e noi tre dovemmo riparare fortunosamente a Callianetto, presso l’influente famiglia dei De Rolandis di Castell’Alfero, amici e parenti dei conti Amico di Torino, che avevano già aiutato Sales nel passato.

Per questo ancora oggi considero Callianetto la mia patria.

Nella quiete di quello splendido paese, imparai, compresi e condivisi tutto il patrimonio di valori unitari di cui i De Rolandis erano promotori, tanto che, Giovanni Battista De Rolandis nel 1794 ideò, insieme ad altri, la coccarda tricolore antenata della bandiera italiana, che misi subito sul mio tricorno. Ero diventato un patriota.

Poi ci fu l’unità d’Italia, ma io volli rimanere a Torino e allora, pur di restare, mi adattai a diventarei il simbolo del Carnevale, dedicandomi alle feste, al vino ed ai dolciumi, e “lanciando” i Giandujotti, i favolosi cioccolatini che presero il nome da me. 

All’inizio del Novecento incontrai e sposai Giacometta, donna coraggiosa e pratica, forte ma gentile, e non me ne sono mai pentito.

Per molti anni si continuarono a rappresentare opere con il mio personaggio in varie compagnie teatrali: tra questi i Lupi, considerati la maggiore impresa teatrale di marionette dell’epoca e i Niemen, burattini girovaghi. Ero e sono ancora conosciuto tra il popolo.

Ma il tempo passa ed ora sono solo l’ombra del me stesso di un tempo: di rivoluzionario mi resta poco ma, in un mondo di continui conflitti come quello attuale, anche solo fare ridere la gente, far dimenticare le miserie quotidiane e far sognare i bambini, è un successo, e devo ringraziare tutti coloro che mi hanno degnamente ed eroicamente impersonato in tutti questi anni, come il grande Andrea Flamini dell’Associassion Piemontèisa, che è stato me per cinquant’anni, prima di andare oltre questa vita nel Marzo del 2017.

I Giandujotti

Da una Stampa d'Epoca

Gaseta ed Gianduja

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