Scopriamo la Valle Grana e le sue leggende: I CIÓT SARVANOT (i piccoli folletti)

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Nella valle di Pentenera di Pradleves, un tempo chiamata Pettinera vi è un lungo sentiero che, senza grandi difficoltà e sforzi, passa da Schouliére, attraversa l’ombroso vallone di sChoùnce, sfiora la bastionata rocciosa di Peira Lunga e raggiunge i Garàch. Da lì, dopo poche decine di metri,

oltrepassa la piccola frazione di Ubài e si innesta nella strada rotabile che conduce a Riosecco. E’ un percorso intenso di profumi che variano dalla fragranza del muschio all’aroma piccante dei ginepri e degli abeti, dei bossi e delle roverelle ed e’poi facile incontrare , nell’autunno inoltrato, gruppi di caprioli, alcuni galli forcelli, scriccioli e pettirossi annunciatori dell’imminente neve.

Proprio nel tratto del vallone di sCoùnche, con un poco d’attenzione si può scorgere, a monte del sentiero, i resti di quella che doveva essere stata una magnifica e poderosa baita. Di questo luogo (sChoùnce) si raccontava una curiosa leggenda.

Pare che lì, un tempo, esistesse una miniera coltivata da piccoli gnomi chiamati “ciòt sarvanòt”. Da questa miniera, a seconda delle fasi lunari, estraevano o l’oro o il rame. Se era luna nuova raccoglievano il rame, se era luna vecchia raccoglievano l’oro. Se però il cielo era nuvoloso non si

estraeva altro che dell’umile ferro. Infatti le nuvole impedivano il magico flusso lunare. Un giorno passò in quei paraggi un boscaiolo che era alla disperata ricerca della sua giovane moglie la quale, assorta nel raccogliere i lamponi, si era persa nei boschi. Il boscaiolo chiese ai ciot sarvanot se l’ avessero vista ma loro, che come è risaputo erano molto dispettosi, ben

sapendo dove l’avevano vista lo indirizzarono in tutt’altro posto. Purtroppo questo comportò dei ritardi nella ricerca e quando la trovarono era morta in un burrone. Il Boscaiolo straziato dal dolore stramaledì i ciòt sarvanòt e in quello stesso istante tutto il luogo si ricopri di una folta vegetazione.

Era talmente folta che oscurò tutto, impedendo per sempre il portentoso irradiamento lunare e di conseguenza la raccolta dell’oro e del rame.

I ciòt sarvanot abbandonarono la miniera ormai senza valore e vagarono disperati nei boschi. Vennero assaliti dai lupi, cacciati dagli uomini e isolati da tutto il mondo naturale. Si rifugiarono in piccoli e umidi antri, in buche fetide e in luoghi aspri diventando sempre più infidi e malvagi.

A parte la leggenda, nel rio di sCoùnche si possono effettivamente trovare alcuni sassi lucenti, alcuni minerali indicatori di una qualche attività estrattiva in quelle immediate vicinanze. Naturalmente di antiche origine umane.

Lucio Alciati

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