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Per quattro volte gli rifiutano l’apertura di un conto in banca per depositare lo stipendio: essere rifugiati dopo il Decreto Sicurezza

A salvare la situazione, una vecchia conoscenza che lavora in banca: perché in Italia funziona solo a conoscenze

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Si chiama Alou Bakayoko, ha 27 anni ed è un rifugiato del Mali.
Il suo status di rifugiato è stato riconosciuto legalmente ed è un nostro concittadino. Non è qui illegalmente, Torino è una grande città, una città di accoglienza e qui lui vuole rimanere. Ha provato ad aprire un conto bancario, per depositare i primi guadagni del suo lavoro e si è trovato davanti a una burocrazia insostenibile.

Respinto da quattro istituti

Respinto da quattro istituti diversi, è riuscito a spuntarla solo perché si è rivolto ad una quinta filiale in cui lavorava un’impiegata che già si era presa carico della pratica per il pocket money d’accoglienza.

Se ottieni qualcosa è perchè conosci qualcuno

Di nuovo, qui in Italia si ottiene qualcosa solo se conosci qualcuno.
Non è sempre stato così difficile per un immigrato regolare aprire un conto corrente, ma grazie al nuovo decreto sicurezza, che impedisce ai richiedenti asilo di essere iscritti all’anagrafe ed avere una carta d’identità, la situazione è diventata critica.

A cosa serve la cicolare dell’Abi?

A poco è servita, pare, la circolare dell’Abi che invitava gli istituti bancari ad accettare l’apertura di nuovi conti anche a fronte di permessi di soggiorno o, addirittura, a fronte della sola richiesta del permesso di soggiorno. Così non è stato. Ci riferisce Alou, che da una parte gli hanno chiesto addirittura di presentare tre buste paga.
La sua intenzione era accreditare sul conto lo stipendio del tirocinio che è riuscito a ottenere attraverso l’associazione Eco dalle città, dove è entrato nel gruppo degli Ecomori e si occupa della raccolta differenziata e del recupero di frutta e verdura invenduti a Porta Palazzo.

Una volta aveva una vita normale

«La cosa assurda è che io una volta avevo la carta di identità perché la legge era diversa. Avevo anche il conto in banca dove ricevevo i soldi dell’accoglienza — racconta il migrante — Poi però ho perso il portafoglio con tutti i documenti». Ma ora la legge è cambiata ed è arrivato il decreto sicurezza. «Non mi hanno più rifatto la carta d’identità e non sono più riuscito a riattivare il conto corrente», spiega.

E’ a fronte di queste notizie che mi chiedo se è davvero questa l’Italia che vogliamo. L’Italia dove tutti sbandierano la propria religione, finché conviene farlo.

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