Narbona di Castelmagno: Il mito

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  1. Narbona : questo misterioso villaggio abbandonato, abbarbicato sul pendio di un’alpe di Castelmagno in Valle Grana, cosa evoca nelle mente del visitatore moderno? Tribolazione, coraggio, leggenda? Cosa la distingue dalle altre vicine vecchie borgate, anch'esse belle,tristemente disabitate e quasi selvagge? Che origini ha?
    È immersa in un magnifico contesto ambientale e naturale, ricco di una moltitudine di fiori ed essenze botaniche che rendono quei pascoli preferiti nella produzione del latte da poi destinare alla caseificazione del famoso formaggio Castelmagno e della singolare presenza di fossili (ammoniti) impressi nella roccia a testimonianza delle sue primordiali origini marine.
    La storia si basa essenzialmente sulle prove documentali. Eppure, certe volte, quando l’oscurità è talmente fitta e la nebbia del tempo così densa, per tentare di capire, si aggrappa agli indizi orali anche se, in alcuni casi ,squisitamente folcloristici. Come per Narbona, dove la ricerca potrebbe iniziare così: dalla tradizione popolare e dai toponimi .
    L’ubicazione della borgata è sicuramente singolare, pare sia stata ricercata per la sua asperità , per la difficile accessibilità, per l’isolamento dal mondo esterno. Quasi come un eremo. La buona indole dei suoi abitanti era riconosciuta e ricordata da tanti,ancora adesso. Il particolare linguaggio era differente da quello in uso nelle comunità vicine. Le storie e le leggende, come il mitico Cours : lungo corteo di anime di saio vestite, con spada alla cinta e una candela stretta in pugno, seguite da cavalli neri addobbati di campanellini tintinnanti . Questa processione avveniva il 2 febbraio di ogni anno, passando dalla “Bercia” (spettacolare finestra naturale sovrastante la borgata) per poi terminare al Casalas ( sede del primordiale nucleo abitativo di Narbona). Il 2 febbraio è il giorno della “Candelora” momento dell’avvenuta purificazione di Maria dopo il parto di Gesù.”.Oppure la leggenda delle “pere del diaou” dove il diavolo, che imperava in quei luoghi cavalcando il suo destriero infernale, venne, alla fine, sconfitto da un prete missionario per mezzo di una grande croce infiammata. O, ancora, la leggenda di Flora di Monterosso dove veniva cantata la travolgente passione nata tra di lei e un nobile cavaliere di Narbona di Castelmagno. Ma anche i toponimi come “guardiola” e “ bastia”, che si riferiscono a luoghi di difesa o di avvistamento e il pertus dla Patarassa ovvero la grotta della buona ragazza vestita di stracci (pata, definizione patois di straccio) situata nei pressi dell’antico cammino che conduceva al santuario di S. Magno (o verso la Francia?) e che veniva chiamato “lou viol del Pater Noster”, anche la presenza di una borgata vicina denominata Tolosano (da Tolosa? Altra città del midì francese),offrono importanti indizi sulle vicende di questo territorio. Di una comunità che si narra battesse pure una propria moneta.
    Isolamento, bontà, linguaggio, il corteo di religiosi armati , il giorno della purezza (2 febbraio), il diavolo (eresia) e il missionario (inquisitore), il cavaliere, la Patarassa, il Pater Noster, i toponimi, tutto ciò non rimanda forse alle caratteristiche di quel popolo chiamato Cataro? Potrebbe essere. I catari ambivano alla purezza spirituale e a questa potevano accedere sia gli uomini che le donne, erano chiamati bonne- homme (buoni uomini), il Pater Noster era la loro preghiera, il loro linguaggio pare condizionato dall'iberico, erano pacifici ma si difendevano attivamente , amavano l’isolamento dal mondo materiale. Particolarmente importante,poi, è la presenza di una chiesa (la più antica), al Colletto di Castelmagno, dove inizia il sentiero per Narbona, intitolata curiosamente a S.Ambrogio. S.Ambrogio è il patrono di Milano e, proprio in quei tempi, pare che il territorio di Castelmagno appartenesse ai Visconti di Milano. I Visconti di Milano avevano offerto protezione ai Catari tanto che furono loro stessi sospettati di appartenere a quella religione, dal Clero Romano.
    Oppure tutto quanto detto sono solo coincidenze. Forse il principio di quel villaggio fu solo l’insediamento iniziale di una famiglia di montanari in un luogo difficile, inospitale e per chissà quale motivo venne scelto tra i tanti altri luoghi più accessibili, presenti su quel vasto territorio.
    Comunque sia solo le pietre delle case e dei terrazzamenti di Narbona ,che ancora adesso trasudano dell’antica fatica potranno, chissà, un giorno darci qualche segno di verità.
    Lucio Alciati

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