Isa Bluette: una donna che ha saputo cambiare il suo destino e rivoluzionare la “Rivista”

Dialogo impossibile tra Erminio e Gianduja in occasione del compleanno della Diva, nata il 10 settembre 18985 min


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Quella mattina Erminio mi ha letteralmente trascinato fino al Cimitero Monumentale di Torino. Ma voi sapete che lui è un uomo al quale non si può dire di no. 

Alla fine  gli ho chiesto ad alta voce: “Cosa facciamo qui, al Cimitero Monumentale?”

“Siamo venuti a trovare una mia vecchia amica”

“E chi sarebbe?”

“Vieni, Gianduja, vieni: l’hai conosciuta anche tu!”

“Senti Erminio: perché quest’aria di mistero?”

“Lo vedi come sei! Lo vedi come sei!”

“No, no! Ho capito. Andiamo.”

E l’ho seguito per le vie coperte di ghiaia del Cimitero Monumentale e mi venivano in mente troppe cose, troppi volti, troppi amici. Mi sembrava davvero impossibile che nei miei duecento anni di vita io avessi accompagnato così tanta gente qui.

Alla fine, arrivammo a una tomba, e davanti un bassorilievo molto bello, che raffigurava una bellissima ballerina con le braccia alzate che sembrava ancora danzare, perfetta nei modi e nelle forme.”

E’ Isa Bluette!

“Adesso te la ricordi?”

“Oh, certo! È Isa, Isa Bluette. Anche se io la conoscevo come Teresa, il suo vero nome: Teresa Ferrero. È stata proprio una grande artista, che ha trionfato su tutti i palcoscenici.”

Ci pensai un po’ su prima di continuare: “Erano gli anni Venti e Trenta dello scorso secolo. Sembra ieri!”

“Il 10 è il suo compleanno: era nata il 10 settembre del 1898, proprio a Torino, in Borgata Regio Parco, un borgo povero, di quelli abitati dagli operai.”

“Oh, si! Lo ricordo bene: una Torino ormai scomparsa. E quel periodo lo chiamavano Belle Époque. Sembrava quasi che dopo la Prima Guerra Mondiale tutti volessero dimenticare i dolori e gli affanni a ritmo di foxtrot, giava e charleston. E tutte le compagnie teatrali, anche la mia, erano popolate da ragazze giovani, bellissime e scatenate. Vedessi, Erminio, quando i giovanotti ti mettevano fretta per farti finire il numero perché volevano vedere l’esibizione delle “dive.”

“Quando era bambina Teresa era vissuta nel borgo, dove i ragazzi e le ragazze correvano nei cortili delle case popolari a ringhiera: quelle che cantava sempre Gipo, perché le conosceva bene.”

“Mi ricordo, me ne aveva parlato proprio lei: erano poveri ma riuscivano, pur con il salario modesto del padre, a vivere con dignità, stando attenti a non spendere troppo.”

“Poi Teresa era andata a lavorare alla Manifattura Tabacchi, diventando una delle tante operaie che per tutto il giorno infilavano il trinciato nei tubetti di carta sottile: una sigaraia, come si diceva allora. Lei consegnava tutta la paga ai genitori, e sembrava, come le altre ragazze, destinata ad una vita riservata e oscura, magari con un marito e dei figli.”

“Oh già! E invece no. Teresa non voleva proprio rimanere in fabbrica, ma non per la fatica: aveva altre idee, altre aspirazioni. Non voleva e non poteva essere una delle tante che passano nel mondo senza lasciare traccia. E così …”

“… E così è entrata nel Varietà, licenziandosi e lasciando la cuffia e il grembiule da sigaraia per affrontare il suo destino.”

“In famiglia non l’avevano presa poi tanto bene, ma lei era bella e coraggiosa. Non aveva paura di niente!”

“Mi ricordo che diceva che al provino era stata molto nervosa ma, anche se non tanto alta, era molto bella e, soprattutto, cantava divinamente. E pensa che aveva studiato le arie delle operette da autodidatta.”

“E ti ricordi dove ha debuttato?”

“C’ero anch’io: ricordo bene i Café Chantant di Torino, come il Caffè Iris, o al Caffè Franco oppure il Meridiana, locali di second’ordine e con un pubblico sempre turbolento, tanto che all’inizio, quando si faceva chiamare Gina Biliani, le arrivavano pochi tiepidi applausi e qualche fischio immeritato. Qualcuno l’aveva riconosciuta ricordandosi che era stata un’operaia della Manifattura Tabacchi, e la prendeva in giro anche dopo averla ascoltata. Ma Teresa non si perse d’animo: lei guardava al Maffei, quello che le sembrava il migliore dei Teatri torinesi, come in un sogno irraggiungibile.”

“Aveva un carattere molto forte.”

“Altre hanno lasciato, ma lei no!”

“Già, caro Gianduja. Lei si è trasformata. Si è creata un personaggio inattaccabile sia nella vita privata, sia come artista.”

“Si. La Teresina operaia scomparve e rimase la primadonna, quella sofisticata e capace di lasciare il segno al primo sguardo nell’immaginazione del pubblico. Mi ricordo i costumi che dire sontuosi era dir poco. Lei era ‘sfolgorante’ e intraprendente, ed aveva un talento unico nel suo genere.”

“Divenne irresistibile e fu trionfatrice delle scene alla luce dei riflettori, anche al Maffei.”

“Certo Gianduja che lei era bella.”

“Era bella e d esaltava sé stessa con dei costumi incredibili, e fu acclamata da un pubblico ancora più spietato di quello dei caffè di second’ordine. Sai cosa vuol dire avere un abito di alta sartoria ordinato a Parigi, guarnito di scintillanti paillette, con lunghi guanti ricamati, vaporose piume di struzzo e poi il nome … ?”

“Sia Erminio, lo leggevi già sulla locandina del varietà: Isa Bluette. Aveva preso per simbolo il fiordaliso, il suo fiore preferito.”

“Tu ci andavi ai suoi spettacoli?”

“Si, quando non dovevo recitare: anch’io avevo dei contratti da rispettare, proprio come te, che poi sei stato il mio impresario per tanti anni.”

“È vero. Sei il mio artista più longevo.”

“Non prendermi in giro.”

“Ad ogni modo Isa, e non più Teresa, era spaventosamente brava. Dotata di una fortissima carica sensuale che lasciava spazio alle fantasie maschili, e che contribuì a diffondere la sua notorietà in tutta Italia. Aveva grandi capacità di affrontare il pubblico: lo affascinava. Era una diva contesa perché averla nello spettacolo voleva dire fare il tutto esaurito. Lo sai che aveva inventato la passerella finale, nella quale lei, attorniata da una doppia fila di ballerini in smoking, sfilava tra gli applausi del pubblico. Wanda Osiris si è ispirata a lei.”

” Tu l’hai mai scritturata?”

“No! È il contrario: è lei che ha scritturato me nel 1925. Pensa che mi prese come “comico grottesco” ed esordimmo al teatro Odeon di Torino con Valigia delle Indie, di Ripp e Bel-Ami, che erano gli pseudonimi di Luigi Miaglia e Anacleto Francini. Lavorammo insieme soltanto per quattro anni ma io la ricordai poi per sempre. Ho sempre detto che lei fu la mia maestra, la donna che mi insegnò ad insegnare a tante altre donne.”

“Allora c’erano ancora le operette: lei recitava, ballava, e cantava, sempre in giro da un teatro all’altro. Ed aveva tantissimi estimatori. Ogni spettacolo era un trionfo, e lei lanciò artisti che si rivelarono in seguito eccezionali, come te, Erminio, e come Totò nel 1927. Ai suoi spettacoli dava titoli incredibili come “Gatte di lusso”, “Donne, ventagli e fiori”, “Madama Follia”, “Il Paradiso delle donne”, “Mille e una donna”.

“Te la ricordi “Creola”, la canzone?”

“Si, certo.”

“Era di Ripp, Luigi Miaglia, nel 1926, che gliela aveva dedicata, e l’ha lanciata lei.”

“Quando la star tornava a Torino, quelli che oggi chiameremmo fan si appostavano vicino alla sua abitazione, in via Principi D’Acaia 7, per strapparle un autografo, o per vederla, con l’immancabile basco sul capo posizionato sulle “ventitré”, salire sulla sua fuoriserie ornata da una decorazione di fiordalisi azzurri su fondo giallo-crema.”

“Era bellissima ma molto seria, inattaccabile, e rifiutava le avances di spasimanti ricchissimi. Fino a che non ha incontrato Nuto.”

“È stato un grande amore. Nuto Navarrini era anche lui un attore di Teatro, ed hanno condiviso insieme gli ultimi anni di gloria e lo straordinario successo dello spettacolo “Strade”. Lo spettacolo fece sempre il tutto esaurito, dal teatro Arcimboldi di Milano al Michelotti di Torino.”

“Già, ma poi …”

“Poi è arrivata la tisi, allora malattia implacabile.”

“Isa finì i suoi giorni in un letto d’ospedale, alle Molinette di Torino.”

“Ero andato a trovarla, sai, e devo dirti che, come ha scritto uno dei medici dell’ospedale, “il suo viso, benché smunto per la malattia, era ancora bellissimo, tra i lunghi capelli corvini.”

“È morta nel 1939, vero?”

“Si, l’11 Novembre, e prima di andarsene da questo mondo ha voluto sposare il suo Nuto, il solo che lei abbia veramente amato, ed il solo che l’abbia amata senza riserve.”

“Mi ricordo ancora il funerale, eravamo in migliaia, Era vestita d’azzurro ed aveva una ghirlanda di fiordalisi. Il funerale su svolse nella chiesa di San Donato.”

“C’ero anch’io: la folla aveva riempito via Principi D’Acaja, via Le Chiuse e il vicino tratto di via Cibrario con tutte le strade intorno.”

“E poi, caro Gianduja, tutto è scivolato nell’oblio: la sua storia e i suoi trionfi. Pochi la ricordano.”

“Ma era bella, sensuale, sorridente e dotata di una voce elegante e melodiosa che rapiva gli spettatori e affascinava le spettatrici.”

“E si sono anche dimenticati di quanto lei ha fatto per l’arte del teatro. Io ricordo che prima di lei il varietà e la rivista erano agonizzanti, e lei rivoluzionò tutto: ogni epoca ha persone che anticipano i tempi e danno l’esempio.”

“Hai fatto bene a portarmi qui: noi possiamo solo testimoniare e ricordare. Sai cosa mi viene in mente?”

“Dimmi!”

“La sua voce melodiosa, la luce del suo sguardo, la contagiosità del suo sorriso. Ti ricordi quando spegneva proprio con un sorriso, come in un sospiro, l’ultima strofa delle canzoni? Non potrò mai dimenticarla.”

“Guarda!” E indicò la pietra dove la sua immagine giaceva come avesse appena finito di danzare.

“C’è un po’ di vento: è come se le foglie ed i fiori le volessero portare un saluto accarezzandola.”

E così rimanemmo lì per un po’, ognuno immerso nei suoi ricordi e nei suoi pensieri.

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