Ricerca dell’Università di Torino scopre chi è a rischio di forme più gravi di Covid

Uno studio dell’Università degli Studi di Torino (UniTo) mostra come i malati neurologici siano a rischio di forme più gravi di Coronavirus Covid-19. Ecco come e perché2 min


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TORINO – Un importante studio pubblicato di recente sulla prestigiosa rivista internazionale Journal of Neurology ha portato a una nuova conoscenza sull’infezione da Sars-COV-2.

Se c’è una patologia pregressa

Lo studio dell’UniTo ha mostrato come la presenza di patologie neurologiche pregresse si associa sin dall’esordio a forme di infezione più gravi di COVID-19. Gli autori del paper hanno preso in esame tutti i pazienti giunti al DEA delle Molinette dall’inizio di marzo fino a metà aprile con una diagnosi di COVID-19, creando una casistica di 344 pazienti consecutivi: 77 pazienti (il 22% del campione) risultavano affetti da patologie neurologiche pregresse. La maggior parte di queste erano rappresentate da malattie cerebrovascolari e da decadimento cognitivo; altre patologie riscontrate in percentuale inferiore erano emicrania-cefalea cronica, epilessia e malattie del sistema nervoso periferico. Nella casistica risultava, inoltre, un singolo caso rispettivamente di malattia di Parkinson e di sclerosi multipla. La maggior parte di tali pazienti presentavano anche i più noti fattori di rischio correlati all’infezione da COVID-19 quali ipertensione, diabete e patologie neoplastiche.

Valutare la gravità della malattia al Pronto Soccorso

In tutti i pazienti è stata valutata la gravità di malattia all’arrivo in Pronto Soccorso, tramite una scala validata a livello internazionale (Infectious Diseases Society of America/American Thoracic Society Criteria for Defining Severe Community-acquired Pneumonia), che si basa soprattutto sui parametri respiratori e sulle alterazioni degli esami ematici. La maggior parte dei pazienti è giunta al Pronto Soccorso nei primissimi giorni dall’inizio dei sintomi dell’infezione, mediamente entro 6 giorni; 118 pazienti, ovvero un terzo dell’intero campione, presentavano una forma grave, con la necessità di un supporto respiratorio immediato, inclusa in alcuni casi l’intubazione in urgenza. Le analisi statistiche hanno dimostrato una forte associazione tra malattie neurologiche pregresse e maggiore gravità di infezione. Infatti, i due terzi dei pazienti affetti da patologie neurologiche presentavano una forma di infezione grave, con un rischio fino a sette volte superiore rispetto agli altri pazienti.

Le malattie associate più di frequente

Le malattie cerebrovascolari e la demenza sono risultate le patologie neurologiche più frequentemente associate a forme gravi di infezione da COVID-19, anche a causa dell’età più avanzata e della maggiore fragilità tipica di questa categoria di pazienti. Il 90% è stato, infatti, ricoverato e in quasi la metà dei casi è stato necessario un supporto respiratorio meccanico, anche invasivo. Al contrario, i pazienti affetti da emicrania o cefalea cronica non hanno mostrato valori di gravità o ospedalizzazione diversi dai pazienti non affetti da patologie neurologiche, mentre i pazienti affetti dalle altre patologie neurologiche hanno mostrato quadri di gravità superiori alla media, ma con percentuali di ospedalizzazione e supporto ventilatorio solo di poco superiori alla media.

Il rischio di sviluppare una malattia più grave

Lo studio dimostra pertanto che i pazienti affetti da patologie neurologiche, soprattutto quelle su base vascolare o degenerativa, hanno un rischio di sviluppare una malattia da COVID-19 più grave sin dall’esordio dell’infezione e che la presenza di malattie neurologiche rappresenta un altro importante fattore di rischio che si aggiunge a quelli già noti. I risultati dello studio hanno un importante significato in termini di salute pubblica poiché indicano che tali pazienti devono essere attentamente “sorvegliati”, applicando in modo rigoroso tutte le norme di prevenzione del contagio ed un pronto intervento in caso di sintomi sospetti di infezione.

La pubblicazione nasce da una ricerca svolta dalla Neurologia Universitaria del Dipartimento di Neuroscienze “Rita Levi-Montalcini” dell’Università degli Studi di Torino, diretta dal Prof. Leonardo Lopiano; al lavoro hanno partecipato tutti i Dirigenti Medici della Divisione, in particolare il Dott. Alberto Romagnolo, in collaborazione con il DEA (dott. Franco Riccardini) e con il Servizio di Epidemiologia clinica e valutativa (Dott. Giovannino Ciccone) dell’Ospedale Molinette.

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