A Torino una scoperta rivoluzionaria: identificati per la prima volta i meccanismi della paura

Una ricerca in collaborazione con scienziati internazionali ha permesso di scoprire quali sono i meccanismi della paura. Lo studio dell’Università di Torino pubblicato sulla prestigiosa rivista Neuron2 min


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Uno studio condotto dall’Università di Torino in collaborazione con ricercatori internazionali porta una rivoluzione nelle neuroscienze. La ricerca ha scoperto quali sono i meccanismi alla base della paura e come i ricordi spaventosi si immagazzinino nell’ipotalamo – a differenza di quanto si pensava sino a oggi.

Il ruolo dell’ipotalamo nella paura

L’ipotalamo è una delle strutture più arcaiche del cervello umano. Un’area cerebrale che ci portiamo dietro fin dai primi tempi della comparsa degli ominidi e poi degli esseri umani. E, ancora oggi, l’ipotalamo ha un ruolo fondamentale – specie per la memoria, come si è scoperto ora. E pare che proprio qui, al contrario di quanto si pensava sino a oggi, siano immagazzinati i ricordi legati alla paura – in particolare quelli più terribili.

Un team internazionale

Lo studio, guidato dal dott. Mazahir T. Hasan, membro della fondazione scientifica basca Ikerbasque, a cui ha partecipato anche Ilaria Bertocchi, ricercatrice del Nico – Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi dell’Università di Torino, è stato pubblicato sulla rivista scientifica Neuron. A far parre del gruppo di ricerca c’erano anche scienziati provenienti da Germania e Francia, oltre a Spagna e Italia.

La memoria emotiva

«Le rappresentazioni di memoria emotiva, o engrammi, ossia tracce di memoria immagazzinate nel cervello come la paura, sono fondamentali per la sopravvivenza: consentono infatti sia agli animali che all’uomo di percepire, valutare e rispondere alle situazioni pericolose in modo appropriato. È opinione corrente – spiegano i ricercatori – che queste tracce di memoria si formino e si preservino in nuclei cerebrali superiori, mentre oggi prende forma l’ipotesi che nella formazione della memoria siano coinvolte anche strutture “antiche” e altamente conservate nell’evoluzione del cervello, come l’ipotalamo».

Una scoperta e una svolta

La scoperta dei ricercatori rappresenta una vera e propria svolta negli studi di neuroscienza. A oggi, infatti, si riteneva che la memoria associata a un evento o contesto si formasse principalmente nell’ippocampo. Dopo di che, era trasportata e immagazzinata nella corteccia cerebrale. Non era dunque ancora stata presa in considerazione l’attività dell’ipotalamo, che è in grado di riorganizzare dinamicamente i propri circuiti al fine di consentire la formazione e l’immagazzinamento della memoria. «La comprensione anatomica e funzionale dei circuiti che sottendono la memoria della paura – sottolineano i ricercatori del Nico – favorisce lo sviluppo e l’utilizzo di strategie innovative per trattare disordini psichiatrici in continuo aumento nella società odierna, come l’ansia generalizzata e il disturbo da stress post-traumatico (pstd), in cui la paura si trasforma da grande risorsa per la sopravvivenza a fenomeno patologico. Grazie a un nuova metodologia genetica, i ricercatori hanno potuto evidenziare e manipolare in modo selettivo i neuroni ipotalamici che producono ossitocina (un neuropeptide cruciale nel controllo delle emozioni e di svariate funzioni fisiologiche) e che vengono reclutati durante l’apprendimento, la formazione e il richiamo della memoria della paura associata al contesto». La scoperta dei ricercatori avrà nuove e importanti ripercussioni sullo studio della paura e della memoria associata, utili per il trattamento delle forme patologiche, dei disturbi d’ansia e dello stress postraumatico.


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